10 errori più comuni degli scrittori esordienti

Anna VendittoMaggio 7, 2026
Tempo di lettura: 11 minuti
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Chi lavora come editor impara presto una cosa: gli errori degli scrittori esordienti non sono mai davvero “nuovi”. Cambiano le storie, cambiano i generi. Ma, certe criticità tornano con una regolarità disarmante. Questo non significa che manchi talento per la scrittura, piuttosto la consapevolezza del processo narrativo.

All’inizio si tende a concentrarsi sull’atto creativo: si scrive seguendo l’ispirazione, il bisogno di raccontare. Tutto legittimo. Peccato che in questa bolla, il mondo esterno scompare. Il lettore non esiste più, il contesto editoriale non viene considerato, così come accade per le regole della narrazione.

Se vuoi scrivere per te stesso, puoi farlo a briglia sciolta ignorando qualsiasi regola. E non c’è niente di più terapeutico. Ma, scrivere per pubblicare implica considerare l’esistenza dei lettori e di un mercato editoriale.

In questo articolo ho riportato quelli che secondo la mia esperienza sono gli errori più comuni commessi dagli scrittori esordienti: dalla mancanza di progettazione all’approssimazione linguistica, dall’infodump ai cliché passando per gli errori ortografici, sintattici e grammaticali. Concludo con una check list che puoi salvare e utilizzare per migliorare la tua scrittura.

Mancanza di progettazione

Uno degli errori più comuni degli scrittori esordienti è iniziare a scrivere senza una minima progettazione. Molti partono da un’intuizione forte e iniziano a scrivere senza sapere davvero dove stanno andando. Il risultato è spesso una storia che perde direzione o si esaurisce dopo poche pagine.

La progettazione narrativa, invece, rappresenta la “spina dorsale” del racconto: consente di costruire una struttura coerente su cui innestare gli eventi. Tra gli schemi più utilizzati c’è la struttura in tre atti, che suddivide la storia in inizio, sviluppo e conclusione. La progettazione, inoltre, può essere arricchita dall’uso di modelli narrativi, come il Viaggio dell’Eroe e gli archetipi junghiani, che forniscono schemi ricorrenti di trasformazione del protagonista.

È utile distinguere con precisione tra fabula e intreccio. La fabula corrisponde alla sequenza cronologica e causale degli eventi, mentre l’intreccio è l’ordine con cui questi vengono presentati al lettore. La manipolazione dell’intreccio è uno strumento fondamentale per costruire la suspense.

Come fare tutto ciò senza impazzire? Attraverso l’uso di mappe narrative e schemi visivi. Story map, timeline e mappe concettuali permettono di visualizzare l’intera struttura della storia, le relazioni tra eventi e l’arco evolutivo dei personaggi: un po’ come farebbe un investigatore per collegare le informazioni di cui man mano viene a conoscenza.

mappe narrative, schemi visivi e moodboard progettazione romanzo

La mancanza di progettazione si evince anche da personaggi poco definiti e ambientazioni generiche. Un personaggio credibile ha pregi, difetti e contraddizioni. È un elemento vivo della storia. Allo stesso modo, l’ambientazione contribuisce attivamente a creare atmosfera, tensione e significato.

Scrivere per se stessi

Scrivere significa trasformare le immagini, le emozioni e le idee che abitano la mente dell’autore in parole capaci di creare connessione con i lettori.

Per questo, una delle prime domande che uno scrittore dovrebbe porsi ancora prima di iniziare la stesura è: “A chi sto parlando?”.

Ogni testo ha infatti un pubblico di riferimento, con aspettative, sensibilità, linguaggi e riferimenti culturali differenti. Un romanzo per ragazzi non può avere lo stesso registro di un saggio specialistico, così come una storia per bambini richiede scelte narrative diverse rispetto a un thriller.

Preoccuparsi del lettore non significa snaturare la propria voce, ma renderla più efficace. Significa fare ricerche, leggere libri simili al proprio, comprendere i gusti del target.

Anche quando il punto di partenza è autobiografico, una storia funziona davvero solo quando riesce a diventare universale, permettendo al lettore di riconoscersi nelle esperienze raccontate.

In caso contrario, il rischio è quello di rimanere chiusi in una dimensione autoreferenziale che difficilmente riuscirà a coinvolgere chi legge.

Errori ortografici, sintattici e grammaticali

Può sembrare l’aspetto più banale, ma è anche uno dei più trascurati. Accenti sbagliati, apostrofi fuori posto, punteggiatura gestita in modo casuale, errori di concordanza: sono segnali immediati di scarsa revisione.

Un testo pieno di errori comunica trascuratezza e mina la fiducia di chi legge. E quando la fiducia viene meno, anche la storia — per quanto valida — perde forza. È una questione di credibilità.

Inoltre, questi errori interrompono la lettura. Costringono a fermarsi, a rileggere, a uscire dalla narrazione. La cura della forma è il livello base della scrittura. Non è ciò che rende un testo memorabile, ma è ciò che impedisce che venga scartato. Gli errori ortografici, sintattici e grammaticali più frequenti negli esordienti sono numerosi e meritano una trattazione dedicata.

Approssimazione linguistica

Se gli errori grammaticali compromettono la correttezza di un testo, l’approssimazione linguistica ne compromette l’efficacia.

Molti testi di esordienti risultano semanticamente deboli: le parole sono generiche, poco incisive, talvolta usate in maniera impropria. Il risultato è una scrittura piatta.

Eppure, ogni parola porta con sé sfumature e registri diversi. Saper individuare il termine giusto significa essere più chiari, credibili ed efficaci. È qui che entra in gioco quella tensione verso la parola esatta che Italo Calvino definiva come “le mot juste”, una ricerca quasi chirurgica della precisione espressiva.

L’esatto contrario dell’approssimazione linguistica è l’esattezza semantica, cioè la capacità di scegliere il termine più adeguato dal punto di vista del significato. È uno degli aspetti che distinguono una scrittura acerba da una consapevole, perché determina la forza e la memorabilità del testo.

Infodump

L’infodump consiste nel riversare nel testo una grande quantità di informazioni tutte insieme, spesso per paura di non essere compresi. L’eccesso di spiegazioni, però, rallenta il ritmo e appesantisce la lettura.

Una buona narrazione funziona per sottrazione. Fare ricerca è fondamentale, ma non tutto ciò che si sa deve essere scritto. Il principio dell’iceberg, ideato da Ernest Hemingway, suggerisce che solo una piccola parte della storia debba emergere in superficie. Il resto resta implicito, ma sostiene tutto ciò che si vede.

Immagine eslicativa del principio dell'iceberg di Ernest Hemingway. La punta è ciò che emerge, ma esiste tutta una parte sommersa importante seppur invisibile.

Per evitare l’infodump, oltre a rifarci al principio dell’iceberg, si può tenere presente un altro consiglio di scrittura di cui sicuramente avrai sentito parlare: “Show, don’t tell”, letteralmente “Mostra, non dire”.

A patto di non trasformarlo in uno slogan rigido. Non si tratta di eliminare ogni spiegazione, ma di evitare quelle inutili. Se un’emozione può emergere da una scena, da un gesto o da un dialogo, non serve esplicitarla.

Punto di vista incoerente e incursioni narrative

Scegliere un punto di vista significa stabilire un patto con il lettore. E come ogni patto, va rispettato.

Uno degli errori più fastidiosi è il cambio improvviso di prospettiva: entrare nei pensieri di più personaggi senza coerenza, passare da una focalizzazione all’altra senza motivo, rompere la continuità narrativa.

Anche quando il lettore non è in grado di spiegare cosa non funziona, percepisce che qualcosa stride. La coerenza del punto di vista è fondamentale per mantenere l’immersione nella lettura.

Un altro elemento che va a rompere il patto narrativo con il lettore sono le incursioni dello scrittore – ancora più evidenti quando non coincide con il narratore scelto per la storia.

A meno che non si stia scrivendo un’autobiografia e si scelga di raccontare in prima persona, l’autore deve farsi da parte e lasciar parlare i personaggi, evitando incursioni nel testo. La storia deve avere vita propria. Non serve intervenire per spiegare al lettore le intenzioni dei protagonisti o, peggio, rivelare connessioni autobiografiche tra l’autore e i suoi personaggi.

Leggere è per il lettore un viaggio nelle storie e nelle vite dei personaggi – in cui spesso ci si specchia e ci si riconosce. Non servono istruzioni per l’uso.

Cliché e luoghi comuni

“Bello come il sole”, “occhi azzurri come il mare”, “sentì un brivido lungo la schiena”, “le loro mani si sfiorarono e una scarica elettrica li attraversò”, “sentì le farfalle nello stomaco”, “ho la pelle d’oca” sono espressioni talmente usate da risultare prevedibili.

Sono per l’appunto dei cliché. Si tratta di una formula espressiva trita e ritrita, cioè un modo di dire o un’immagine che un tempo poteva essere efficace ma che, per l’uso ripetuto, ha perso freschezza. I cliché non aggiungono nulla, non sorprendono. Annoiano.

Il luogo comune, invece, è un’idea stereotipata o una semplificazione della realtà priva di spirito critico. Per esempio; “i giovani di oggi non hanno valori” oppure “i ricchi sono tutti egoisti”.

Una scrittura efficace veicola immagini e punti di vista personali, anche semplici, ma autentici.

Dialoghi piatti e abuso di dialogue tag

I dialoghi sono uno strumento potentissimo, se usati bene. Tra gli errori più comuni, vi è senza dubbio la scrittura di dialoghi innaturali, oppure costruiti solo per dare informazioni al lettore.

Facciamo un esempio di dialogo innaturale:

«Marco, ti ricordo che domani alle nove dobbiamo andare in banca a firmare il contratto del mutuo per la casa che abbiamo comprato insieme» disse Laura.

«Sì, lo so. Ma non possiamo fissare un appuntamento più in tarda mattinata» ribatté Marco.

«Più tardi delle nove non posso, ho un impegno» rispose Laura.

In questo caso i personaggi si scambiano informazioni che conoscono già, e il dialogo risulta artificiale e poco credibile. Chi, nella vita reale, si esprime così con il proprio compagno? Nessuno.

Una versione più efficace potrebbe essere:

«Domani in banca alle nove in punto.»
«Alle nove?»
«Non posso dopo.»

Qui le informazioni restano implicite e il dialogo diventa più naturale ed essenziale.

A questo si aggiunge l’abuso di dialogue tag – disse, affermò, ribatté, esclamò – spesso utilizzati in modo ridondante.

Un buon dialogo non serve solo a far parlare i personaggi, deve rivelare qualcosa: tensioni, relazioni, conflitti. E spesso, ciò che non viene detto è più importante di ciò che viene esplicitato.

Scrivere senza documentarsi

La ricerca è una componente essenziale del processo di scrittura. È fondamentale disporre di informazioni sufficienti per evitare errori o affermazioni imprecise.

Documentarsi è utile in qualsiasi genere di testo. Nella saggistica e nei manuali è un passaggio imprescindibile: senza fonti affidabili, dati verificabili e riferimenti solidi, diventa difficile costruire un ragionamento credibile e ben organizzato, poiché la qualità del contenuto dipende direttamente dall’attendibilità delle informazioni utilizzate.

Ma, anche nella narrativa la ricerca ha un peso tutt’altro che secondario. Serve a rendere più realistici i personaggi, le ambientazioni e le dinamiche sociali o professionali che si raccontano. Ad esempio, scrivere un giallo senza conoscere, anche solo a grandi linee, il funzionamento delle indagini o delle procedure investigative può portare facilmente a errori evidenti, forzature o situazioni poco plausibili, che rischiano di compromettere la credibilità del racconto.

In generale, più un contesto è specifico, più la mancanza di documentazione diventa evidente.

Avere fretta di pubblicare

Se dovessi indicare l’errore peggiore tra quelli più comuni, probabilmente sarebbe proprio questo. Molti autori esordienti sentono l’urgenza di pubblicare il prima possibile, spesso senza aver completato una vera revisione del testo, senza un confronto esterno e senza la necessaria distanza critica dal proprio lavoro.

Un testo valido richiede tempo: tempo per essere scritto, riletto, riscritto (se serve) e migliorato. È famosa la massima di Hemingway sulla scrittura: “The first draft of anything is shit”. E come dargli torto. La prima stesura non rappresenta un traguardo, ma soltanto il punto di partenza. Inoltre, se il manoscritto non è davvero pronto e non è stato adeguatamente editato, il rischio concreto è che venga semplicemente ignorato dagli editori.

A questo si aggiunge un altro aspetto spesso sottovalutato: molti esordienti non hanno la più pallida idea di come proporsi agli editori, né conoscono le modalità corrette per presentare il proprio lavoro in modo professionale ed efficace.

Checklist pratica: come evitare gli errori più comuni

Dopo aver visto quali sono gli errori più frequenti, ti starai chiedendo come evitarli concretamente. Ti riporto qui di seguito una check list operativa da seguire:

1) Parti da una struttura, anche semplice
Butta giù l’idea e costruisci una prima bozza della storia. Una struttura in tre atti — la più classica e immediata — è più che sufficiente per iniziare: inizio, sviluppo, conclusione. Non serve complicare ciò che deve ancora prendere forma.

2) Documentati sempre
Che tu stia scrivendo narrativa o non-fiction, fare ricerca è fondamentale. Periodo storico, ambientazioni, dinamiche sociali, professioni: ogni dettaglio contribuisce alla credibilità del testo. Studia e prendi appunti, anche più di quanto pensi sia necessario.

3) Scrivi seguendo una traccia
Utilizza schemi, mappe narrative e schede personaggio preparate in precedenza. Non sono vincoli, ma strumenti: ti aiutano a non perdere il filo e a mantenere coerenza lungo tutto il testo.

4) Prendi distanza dal testo
Una volta terminata la prima stesura, fermati. Lascia il testo in un cassetto e dimenticatene per qualche settimana, se hai una buona memoria anche per mesi. La distanza è uno degli strumenti più potenti che hai per migliorare ciò che hai scritto.

5) Rileggi con distacco e taglia il superfluo
Riprendi il testo come se fosse di qualcun altro. Questo cambio di prospettiva è fondamentale. Elimina tutto ciò che non serve davvero alla storia.

6) Fai una revisione tecnica accurata
Solo dopo aver lavorato sulla struttura e sul contenuto, passa alla forma. Rileggi ponendo attenzione alla grammatica, alla sintassi e all’ortografia. Se hai dubbi, affidati a strumenti adeguati: una buona grammatica e un prontuario di punteggiatura sono alleati preziosi.

7) Confrontati con un editor
Dopo la revisione autonoma, il passo successivo è un confronto professionale. Richiedere una scheda di valutazione editoriale ti permette di acquisire consapevolezza rispetto allo stato del testo e al tipo di intervento necessario. In genere tutti i testi hanno bisogno di un intervento di editing e di correzione di bozze. Il grado di profondità e la complessità di questi ultimi dipendono dalla tipologia e dalle condizioni del testo.

Conclusione

Gli errori che ho analizzato in questo articolo rappresentano tappe naturali del percorso di chi scrive. La differenza sta nella consapevolezza con cui vengono riconosciuti e nella disponibilità a lavorarci.

La scrittura non è frutto di una folgorazione dall’alto, una questione di talento innato (sì, si può avere una propensione naturale), piuttosto un esercizio di miglioramento continuo.

In questo percorso, il confronto con un editor può rappresentare un passaggio utile per guardare il proprio manoscritto da una prospettiva esterna, professionale e più oggettiva, fare chiarezza ed evitare errori che rischiano di compromettere il progetto.

Se stai lavorando al tuo primo libro e vuoi saperne di più, prenota una consulenza: sarò felice di analizzare il tuo manoscritto e individuare il tipo di intervento più adatto.

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Autore

Sono un editor, correttore di bozze e content writer freelance. Leggo, scrivo, revisiono, scelgo le parole con cura.
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